BERNARD-HENRI LEVY: PURCHE’ GUERRA SIA

di Emmezeta

Il girotondo di Bernard-Henri Levy: nel 2011 con gli islamisti per fare la guerra a Gheddafi, nel 2014 con i fascisti ucraini per  attaccare la Russia, oggi contro gli islamisti ed in alleanza con Putin per arrivare fino a Mosul
 

In Italia abbiamo chi vorrebbe la riabilitazione postuma di Oriana Fallaci. E meno male che siamo in guerra contro il fascismo ed il razzismo, almeno così dicono i trombettieri della «Guerra di civiltà»! In Francia hanno ancora BHL, al secolo Bernard-Henri Levy, di professione guerrafondaio, anche se continua a spacciarsi per filosofo.

Le sue tesi campeggiano, come di sovente accade, sull’ospitale (per i falchi interventisti, specie se sionisti) Corriere della Sera. Il suo ragionamento è semplice quanto prevedibile:  «La pace a Parigi passa dalla guerra», questo il titolo del suo ennesimo proclama. Concetto originale e sofisticato, non c’è che dire, così specificato nel testo: «Come non vedere» – egli dice – «che la pace a Parigi passa per la guerra a Mosul?».

Quello di BHL è un vizietto, perché non c’è guerra imperialista che egli non abbia appoggiato. Soltanto appoggiato? Di più: sollecitato, stimolato, invocato, promosso per quanto nelle sue possibilità. Se non fosse un ricco miliardario, verrebbe da pensare ad un lavoro retribuito da chi di dovere. In ogni caso BHL ha una sua utilità. Così scrivevamo nel marzo 2014, a proposito del suo violentissimo attivismo antirusso in Ucraina:
«Se non ci fosse andrebbe inventato. Di fronte ad una qualunque crisi internazionale, qualora uno si fosse distratto per un attimo, basta guardare cosa dice e cosa fa BHL per schierarsi dalla parte giusta. Cioè quella opposta ai proclami del “nuovo filosofo” francese».

Eh già, l’Ucraina. Ecco uno spunto assai interessante, ma certamente non l’unico, per capire ruolo e funzione del signor BHL.

Egli è da decenni in servizio permanente effettivo sul fronte imperialista, ma è sufficiente limitarsi agli ultimi 4 anni per osservare il suo curioso ed istruttivo girotondo. Nel 2011 egli stava con gli integralisti islamici contro Gheddafi. Ma guarda un po’. L’importante era che si facesse guerra alla Libia. Nel 2014, come abbiamo già visto, gli sarebbe tanto piaciuto un bell’attacco alla Russia dell’«Orso Putin». Oggi quell’«Orso» se lo ritrova come alleato – buffo il mondo! – e per giunta contro i parenti stretti di quegli insorti della Cirenaica così utili 4 anni fa per invocare le bombe su Tripoli. Una coerenza che non fa una piega…

Ma in realtà, al di là degli aspetti palesemente patologici del soggetto, una coerenza c’è. Così la descrivevamo nell’articolo già citato:
«Chi è il nemico per costui? Il nemico di BHL è tutto ciò che sfugge, per una ragione o per l’altra, alla mera omologazione con i presunti valori dell’occidente. Il nemico è l’Islam, ma anche (vedi Gheddafi) il dittatore di turno finito nel mirino dell’imperialismo. Ma nemici sono gli Stati che perseguono una loro, magari parzialissima, autonomia dai meccanismi della globalizzazione capitalistica. E, in ultima istanza, nemiche sono tutte quelle forze che in qualche modo possono competere con il “regno del bene” di BHL: gli Stati Uniti, che egli vorrebbe sempre accompagnati, con servizievole accondiscendenza, dalla “sua” Francia».

Questa descrizione calza a pennello anche adesso, ma ha bisogno di un aggiornamento. Oggi, il signor BHL non può non biasimare una certa riluttanza di Obama nel mettersi a rimorchio della Francia. Insomma, l’America resta il suo modello di società, ma il presidente non è all’altezza delle sue aspettative. Intendiamoci, l’aviazione americana bombarda da tempo le postazioni dell’Isis in Siria come in Iraq, ma a BHL questo non basta ancora.

E questo è il motivo per cui ci occupiamo di lui. Perché la sua foga bellicista non è fine a se stessa, visto che va in parallelo all’iniziativa del pur goffo inquilino dell’Eliseo. Hollande incontra oggi Cameron, domani va da Obama, mercoledì gli farà visita la Merkel, mentre giovedì chiuderà in bellezza recandosi al Cremlino da Putin.  Scopo di tutto questo girovagare? La guerra. Da portare a fondo, nelle sue intenzioni con una «grande coalizione». Una guerra che non potrà essere soltanto aerea. Ecco cosa ha detto al Journal du Dimanche il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian: «La vittoria passa obbligatoriamente per una presenza sul terreno».

Bella scoperta. Ma chi va sul terreno? Il ministro indica per ora i curdi (che già ci stanno) ed i sempre più evanescenti «ribelli siriani non jihadisti». Quelli che l’occidente ha foraggiato, ma i cui militanti sono in genere passati armi e bagagli con le formazioni jihadiste (non solo Isis, ma anche al-Nusra), mentre i loro capi se la spassavano in qualche albergo a cinque stelle in attesa di prendere il potere a Damasco…

Ovviamente Le Drian non cita né Hezbollah, né gli iraniani, né i resti dell’esercito siriano, né le milizie ad esso collegate. Eppure è questo insieme di forze quello che conta maggiormente sul terreno. Questa reticenza non è molto diversa da quella di Obama, che non può permettersi di mollare Arabia Saudita e Turchia, e deve dunque barcamenarsi tra esigenze difficilmente componibili.

Naturalmente BHL non ha di questi problemi. A lui basta dire «guerra». E difatti non scende nei dettagli, anche perché in quel caso ci dovrebbe parlare della compagnia di colui che meno di due anni fa definiva «Orso». E questo gli secca un po’. Non dice quindi chi dovrebbe comporre la coalizione. Dice solo che l’offensiva dovrà arrivare a Mosul.

Interessante è anche il suo schema di ragionamento, che è vecchio di almeno un quarto di secolo, ma appunto per questo ci svela quanto sia forte il solito trucco dell’imperialismo e della sua ala più aggressiva.

In primo luogo BHL definisce il nemico come «Stato nazista». Un nemico dunque che va semplicemente raso al suolo. Ma perché questo annientamento non è ancora avvenuto? Perché – egli dice – vi si oppongono «tre forze di diversa intensità».

E quali sarebbero queste 3 forze? E’ presto detto: un atteggiamento stile «Monaco 1938», l’esagerazione delle forze del Califfato, ed infine un presidente USA preda della «sindrome di Oslo».

Gli ingredienti della «grande narrazione» bellicista ci sono tutti. Di fronte abbiamo un nuovo Hitler, che per ora non è stato fermato a causa di un atteggiamento capitolardo (tipo Monaco 1938, per l’appunto) dell’occidente. Atteggiamento che BHL vuole superare, anche perché il nemico è semplicemente una «tigre di carta», che però potrebbe diventare pericolosissima se non sarà fermata per tempo. Dunque l’urgenza, alla quale si oppone (anche se solo parzialmente) la politica di Obama. Il quale si muoverebbe con cautela a causa di quel premio Nobel per la pace consegnatogli ad Oslo ormai molti anni fa.

Qui l’argomentazione di questo filosofo dei nostri stivali si fa davvero comica. Per BHL, Obama «sembra domandarsi ogni mattina, quando si fa la barba, come dovrebbe agire un vero premio Nobel per la pace». Insomma, il presidente americano sarebbe vittima e prigioniero di quel premio, come se fosse costretto ad una sorta di «pacifismo» sconveniente assai rispetto al ruolo che ricopre.

BHL finge di non sapere come stanno le cose. Obama pacifista? Non scherziamo per favore. Già le vittime quotidiane dei suoi droni parlano in abbondanza. E BHL sa benissimo che gli USA bombardano l’Isis, sa che le squadre speciali americane sono in azione da tempo, che c’è un accordo abbastanza ampio con lo stesso Putin. Ma sa anche che la relativa cautela della Casa Bianca non dipende da dubbi morali, bensì da un calcolo su quelli che sono gli interessi in gioco.

Ma questo BHL, colui che vorrebbe «moralizzare» non l’Isis, ma l’intero mondo islamico a suon di bombe, non lo può dire. Sarebbe come riconoscere la prevalenza degli interessi delle grandi potenze anche nel tremendo conflitto in corso in Medio Oriente. Egli vorrebbe invece ammantare di nobili ideali le bombe imperialiste che cadono, e che cadranno ancor di più su Siria ed Iraq.

Questo vecchio trucco riuscirà ancora una volta? Questo ce lo diranno i fatti. Intanto orientiamoci come si deve: a 180 gradi esatti dalla linea tracciata da BHL, contro i bombardamenti su Siria ed Iraq, contro l’ennesima guerra imperialista, contro ogni propaganda islamofoba.

E ricordiamoci che chi vorrà battersi sul serio contro la guerra dovrà dire no allo schemino alla BHL, in primo luogo al giochetto sporco della nazificazione preventiva di ogni vittima destinata ad essere rasa al suolo.

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